sabato 1 ottobre 2016

STORIA DI UNA VECCHIA CASA



In questi giorni stiamo ricostruendo il tetto della nostra casa. Tantissime volte, nella mia vita, ho convissuto con i lavori dei muratori e la storia è molto lunga. 

La dimora in cui vivo, infatti, fu costruita dal mio bisnonno alla fine del 1800, tramandandosi poi attraverso le generazioni. Ancora conservo l’atto di vendita del terreno, scritto nel lontano 1883.
E’ difficile decifrare la calligrafia vergata con la penna intinta nel calamaio, con i caratteri rivolti a destra, ma l’inizio era questo: 

“Regnando sua Maestà Umberto I, per grazia di Dio e per volontà della Nazione d’Italia, l’anno milleottocentoottantatrè, al tredici del mese di Aprile, in una camera del piano terreno del sig … posta in via …. ivi davanti a me, avvocato Giacomo Operti, regio notaio, è personalmente comparso il sig. Bonardo Francesco il quale, liberamente e spontaneamente vende alli qui presenti signori….terreno fabbricabile al prezzo di lire trecento caduno. 


Si trattava appunto del mio bisnonno Giovanni e del suo amico Gioachino che, davanti al notaio Operti,  acquistavano da un certo sig. Bonardo il terreno per costruire la loro casa. Il bisnonno aveva firmato con una croce, perché risultava analfabeta.

 Mio padre mi aveva raccontato che i due amici avevano fabbricato personalmente i mattoni, lasciandoli poi ad asciugare in un campo, ed erano andati a Torino a piedi, camminando per circa cinquanta chilometri con un carro trainato dai buoi, per acquistare le rotaie da utilizzare per rinforzare i soffitti. Avevano poi, alla fine di tutto, tirato a sorte con due pagliuzze, per stabilire chi avesse dovuto abitare la parte a sinistra e chi quella a destra.
Addirittura, la ferrovia Bra Carmagnola, sulla linea per Torino, non esisteva ancora e, quando venne costruita l’anno dopo, tagliò in due il terreno dietro casa, per cui una parte rimase isolata e venne poi venduta.

Negli anni successivi, mio nonno, mio padre ed ora noi, abbiamo continuato ad apportare modifiche alla vecchia casa. Mio padre aveva fatto addirittura abbattere la parte posteriore per ricostruirla completamente dalle fondamenta, ancorandola poi con nuove rotaie di ferro al vecchio fabbricato, in modo da renderlo più solido.
Nonostante tutto, andando a scoperchiare il tetto e  controllando il piano del solaio, ecco che una parte di quel soffitto e di quelle rotaie portate a casa col carro e i buoi è ancora saltata fuori e, purtroppo, dopo più di cento anni, era proprio in cattive condizioni. Le rotaie si erano curvate al centro e i mattoni stavano per sgretolarsi. Appena in tempo! Così la ricostruzione del tetto è stata rimandata per mettere in sicurezza quella parte del pavimento e ci dobbiamo accontentare della copertura di un telone. Speriamo che non piova!


Ho pensato spesso alle persone che hanno vissuto nella mia casa e che non ho mai conosciuto. Chissà com’erano i miei bisnonni! La loro vita sarà stata difficile. Chissà se erano felici! Dai racconti di mio padre, in fondo alla strada, vicino ad un canale d’acqua,  esisteva una lavanderia. Immagino che le donne andassero là a lavare le lenzuola. Altro che le nostre belle e comode lavatrici! Poi provo ad immaginare i miei nonni con i loro figli… Mio padre mi parlava spesso di sua madre e della sua bontà. Mi sarebbe tanto piaciuto conoscerla!  Anche il figlio maggiore doveva essere una persona molto in gamba. Nato nel 1911, aveva già frequentato la Scuola Media, allora chiamata “ avviamento” ed era consigliere comunale. Purtroppo, sia lui che la madre erano mancati troppo presto, lasciando mio padre orfano a otto anni e molto solo a undici. Il padre, forse segnato da così tanti dolori, si era chiuso in se stesso, incapace di amare anche il suo unico figlio rimasto in vita.

Eh già, incredibilmente, il termine “figlio unico” ricorre spesso nella mia famiglia. Mio nonno, mio padre, io e mio figlio, siamo tutti figli unici. Chissà se lo fosse anche il mio bisnonno? E’ probabile, visto che costruì la  sua casa con un amico e non con un fratello! Strana situazione, soprattutto ai  tempi in cui le famiglie erano molto numerose! Però, se non fosse stato così, forse questa casa non sarebbe mai arrivata a me, con tutti i suoi fantasmi e i suoi segreti.

Ci sono poi i ricordi. Ne ho tanti con i miei genitori: le calde estati trascorse a chiacchierare in cortile con i vicini, i discendenti di quel tale Gioachino, e a parlare della guerra e delle loro avventure giovanili; i passaggi nel lettone di mamma e papà, con le tante storie che sapevano improvvisare e raccontarmi;  i giochi con i bimbi del vicinato e le signore che, in tempo di siccità, venivano a prendere l’acqua del nostro pozzo, unico produttivo in tutta la via; le serate a guardare l’unico canale in bianco e nero della televisione con i vicini che non l’avevano ancora e le chiacchiere delle signore che venivano a portare il lavoro a mia madre sarta… Ogni stanza, ogni angolo, è legata ad un ricordo.

Lo so, ci sono al mondo tantissime case molto più belle ed efficienti della mia, ma nessuna mi parlerebbe mai come lei e in nessuna sentirei mai il respiro dei miei avi come in lei. Ora le metteremo il cappellino nuovo. Chissà se i miei vecchi riusciranno a vederlo da lassù!Mi piace pensarlo e già mi sembra di vedere mio padre che mi strizza l’occhiolino…

sabato 17 settembre 2016

Prima di scrivere sul web accendere il cervello



Prendo spunto da un articolo su Avvenire.it  Il garante: “Ragazzi, ogni post va pensato” per dire la mia sull’argomento.

Immagine tratta da Avvenire
  Scrivo sul blog da ben 12 anni, sono su Facebook, ( sarei anche su twitter, ma non ricordo mai di guardarlo…)però, in tanti anni, ho quasi sempre parlato di me stessa, delle esperienze, di momenti di vita vissuta...quando ho nominato altri, persone che ho incontrato, che mi hanno fatta emozionare, o mi hanno interessata in positivo, ne ho cambiato il nome e non ho mai pubblicato fotografie o qualsiasi altro dato che potesse renderle riconoscibili.  Ho sempre saputo che esiste un'etica, sul web come nella vita reale, che impone di non raccontare fatti di altri che non siano personaggi pubblici o che non ci abbiano autorizzato a farlo, anche quando se ne parla bene. ( Nel post precedente ho pubblicato una fotografia che già esisteva su un giornale online).  Ciò che invece sta succedendo ultimamente in rete è un fatto gravissimo, che richiede interventi urgenti di sensibilizzazione e di educazione, non solo per i ragazzi, ma anche per gli adulti.

La smania di filmare con i telefonini e pubblicare ogni cosa in rete sta diventando una vera e propria ossessione, tanto da raggiungere il paradosso. Una ragazzina viene violentata in bagno e le sue amiche, invece di chiedere aiuto, la filmano e pubblicano la violenza su Facebook. In una scuola un ragazzo disabile viene tiranneggiato al fine di ottenere un filmato per il web. Una giovane donna si fa riprendere in atteggiamenti hard per  ingelosire il fidanzato e serve i filmati “su un piatto d’argento” a persone che li pubblicano subito sul web.   Questi sono solo alcuni fatti di cui si parla recentemente. Sappiamo quali siano stati i risultati.

La possibilità di pubblicare qualsiasi cosa in rete ha messo in evidenza la parte peggiore insita nell’animo umano: l’esibizionismo senza freni, il gusto di tiranneggiare le persone più deboli, la facile vendetta attraverso la gogna mediatica. C’è veramente da vergognarsi di appartenere alla razza umana. Per di più, sembra che nessuno dei protagonisti di questi atti infami si renda conto della loro gravità. Tutto appare come un gioco, un  modo alternativo per divertirsi.
Ci stupiamo dei ragazzi, che mancano soprattutto di quei principi educativi e di quei valori che i grandi non hanno loro trasmesso, ma dovremmo allarmarci ancor più dell’ingenuità e della cattiveria degli adulti. Insomma, io condivido lo sdegno per quanto successo alla povera trentunenne che si è suicidata per la vergogna dopo la pubblicazione dei suo video hard, ma mi stupisce altresì la sua ingenuità: farsi filmare per ingelosire il fidanzato e spedire sei video ad altrettanti sedicenti amici, con i tempi che corrono!  Una leggerezza che ha pagato ad un prezzo altissimo. 
Nonostante si viva negli anni duemila, una signora che si mostri con immagini “bollenti” continuerà ad essere considerata un oggetto sessuale, da condividere, usare e poi condannare. Se fosse successo anni fa, comunque, sarebbero nate voci, pettegolezzi, ma il tutto si sarebbe fermato nell’ambito di una città. Oggi, con l’avvento del web, le notizie circolano subito in tutto il mondo, alla velocità della luce.

Che dire, si può solo sperare che i fatti gravi di questi ultimi tempi servano da monito per il futuro.
Il blocco,  la rimozione dei contenuti, possono limitare i danni ma, nel frattempo, un numero infinito di persone potrebbe già aver salvato e rilanciato quei dati che dovrebbero restare segreti. La repressione da sola non basta, servono educazione ed intelligenza.

Ancora una volta, nonostante Internet sia una delle più interessanti invenzioni dei tempi moderni, l’uomo è riuscito a trovare il sistema per distruggersi con le proprie mani.

domenica 21 agosto 2016

Piacere, mi chiamo Massimo… e vengo dal Settecento.



Qualche giorno fa, mio marito ed io, accompagnati dal fedele cagnolino,  siamo andati a fare una passeggiata a Savigliano, ridente cittadina in provincia di Cuneo.

Arrivati nella piazza centrale, abbiamo visto uno strano personaggio che passeggiava e si fermava a conversare con questo o con quello.

Per quale motivo lo definisco strano? Perché era vestito e pettinato come un uomo del settecento. Giudicate un po’ voi guardando le fotografie! ( tratte dal web e scattate a Fossano, dato che noi non abbiamo osato fotografarlo)





Sotto ai portici abbiamo incontrato una badante rumena che accompagnava un’anziana sulla sedia a rotelle. Anche lei si è fermata a guardarlo, come incantata. Le abbiamo chiesto se quel giorno fosse prevista una manifestazione in costume, ma  ci ha spiegato che quel signore ha l’abitudine di vestirsi così ogni giorno, per passeggiare tranquillo nelle vie della città. “ Una volta ha il costume verde, un’ altra quello rosso, un’ altra ancora quello giallo, e porta sempre un bastone da passeggio coordinato. E' molto cordiale e gentile con tutti".


In effetti l'abbiamo visto conversare amabilmente con tante mamme e bambini, e camminare disinvolto, nel modo più naturale del mondo.



Arrivati a casa, ho cercato sul web qualche notizia in più su questo strano personaggio, e ho trovato un’intervista del 27 aprile 2016 sul giornale “La fedeltà” in cui l’uomo spiega di chiamarsi Massimo e di essere una guardia forestale in pensione. Fin da bambino ha cullato la passione per il Secolo dei Lumi e, ora che può permetterselo,  vive come se fosse nel Settecento, vestendosi con gli abiti e gli accessori di allora. Lui “abita il Settecento”, dà al secolo una nuova casa e una nuova vita in sé


L’intervistatore, Federico Carle,  conclude l’articolo con questa descrizione, che trovo veramente azzeccata e poetica: 
Massimo è un’antenna che cattura gli sguardi delle persone, dai più divertiti, ai più seri e diffidenti. È uno spettacolo nello spettacolo guardare i passanti intenti ad osservare. E fa riflettere, perché in fondo non è più stravagante di certi look alla moda di oggi, di certe mise: è una questione di stereotipi e punti di vista. I click dei telefonini non mancano e le parole scorrono come in un dormiveglia. Perché Massimo non è un pazzo che vive di sogni e nostalgie, ma s’è fatto sogno egli stesso, il suo sogno di vivere il Settecento, oggi. Un uomo che esiste ogni giorno nel proprio desiderio.


Credo proprio che quell’uomo abbia trovato il segreto della felicità. Cosa c’è di più bello nel sentirsi liberi di vivere ogni giorno in un sogno?